Mi ero recato in un ufficio portando con me un documento sbagliato invece di quello richiesto. Me ne sono accorto subito e ne ho provato mortificazione. Ma più dell'errore mi ha colpito lo sguardo dell'impiegata: uno sguardo gentile, persino comprensivo, ma velato da quel compatimento riservato agli anziani. Ci sono momenti in cui ci si ferma a guardare indietro e si scopre che il tempo è passato più in fretta di quanto si immaginasse. Oggi, arrivato agli ottant'anni, non sento il bisogno di fare bilanci, ma di ripensare al mio cammino di uomo.
Da giovane mi sentivo forte. Facevo il medico con passione. Tante persone si affidavano a me, e io sentivo il dovere di essere presente, di dare conforto anche quando le risposte erano difficili. In quella fatica, mi sentivo vivo. Ero anche marito, padre, punto di riferimento per le mie figlie. Poi gli anni passano, quasi senza avvertire. Arrivano i dolori, la stanchezza, la memoria che ogni tanto inciampa. Arriva il bastone, compagno silenzioso di giornate più lente. E insieme arriva una sensazione: quella di diventare, poco a poco, invisibili.
La cosa più dura dell'invecchiare non è tanto il corpo che cambia. È accorgersi che gli altri iniziano a guardarti diversamente. Se dimentichi qualcosa, se sbagli una parola, molti pensano subito che sia «<per l'età». Come se gli anni cancellassero tutto il cammino percorso, le responsabilità affrontate, l'amore dato, il bene fatto. Eppure dentro di me sento ancora lo stesso uomo di allora. Forse è proprio questo il senso dell'età che avanza: capire che il valore di una persona non sta più nella forza fisica o nel ruolo che ricopre, ma nella capacità di esserci ancora per qualcuno. Anche con passo lento. Anche appoggiandosi a un bastone. Letterea aperta al "Corriere della sera" del 4 giugno 2026 del Sig.Federico Lenchi, Mortara (Pavia)